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24 febbraio 2004

Ferrara

Arrivai a Ferrara la sera dell’11 settembre 1998, venerdì, sotto una pioggia battente. Il viaggio, quasi surreale, aveva come scopo principale il recupero delle pentole di Ciccio, lasciate in deposito presso il fratello. Dico che il viaggio fu surreale perché per tutto il tempo, qualsiasi stazione radio scegliessi, stava trasmettendo musica anni ’80, come se all’improvviso il tempo si fosse accartocciato su se stesso. Il primo impatto con la città non fu entusiasmante: la periferia non è esattamente bellissima. Quella sera, però, conobbi una persona che, nel bene e nel male, avrebbe segnato la mia vita da quella sera ad oggi e per chissà quanto tempo ancora.
Il mattino dopo, io e Ciccio andammo a fare colazione in centro ed allora avvenne la scoperta:  la pioggia aveva ripulito l’aria, il sole riscaldava il rosso dei tetti, il marrone degli edifici rinascimentali. In piazza, sul listone, si esercitavano gli sbandieratori, poco più in là, dove non arrivava il rullo dei tamburi, un altoparlante diffondeva la nuova canzone di Ligabue, Ho perso le parole. Vagavo a naso in su, ogni cosa mi sembrava meravigliosa. Forse, il mio giudizio fu influenzato dal periodo, che ricordo come uno dei più felici della mia vita, ed ancora adesso, quando torno, ritrovo quella sensazione, come se fosse rimasta ad aspettarmi là, sotto il castello.
Quando risalimmo in macchina, la domenica pomeriggio, chiesi al mio amico se poteva darmi il numero di telefono di quella ragazza bionda e lui, da vero signore, non me lo diede, ma chiese a lei il permesso di darmelo. La sciagurata rispose.
All’altezza del casello di Piacenza, l’Inter pareggiò con il Cagliari, 2 a 2, gol di Ventola. Prima giornata di campionato, l’anno dei quattro allenatori.




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17 novembre 2003

Genova - 3

Dire che una città assomiglia ad una donna è scontato, lo so. Però rende l’idea: una città deve essere conquistata, percorsa, esplorata, toccata. Si deve conoscere ogni piega, ogni angolo, ogni metro per poter dire di possederla davvero e, come per le donne, non sarà mai possibile. Così come ci sono donne che si concedono troppo facilmente, togliendo il gusto della conquista, così ci sono città che si regalano, sfacciate, al visitatore, turista o viaggiatore che sia. Se penso a Roma, immagino una donna così sicura della propria bellezza da non tenerne neanche conto, le giri intorno e sai che ad ogni angolo potrai scoprire qualcosa di nuovo, inaspettato, mentre lei sorride, tranquilla. Milano è una ragazza timida, in fondo, ma vuole essere accettata ed esibisce ciò che gli altri vogliono da lei; non le viene naturale ed allora risulta sguaiata, sopra le righe. Venezia è la bellezza esibita, trionfante e generosa, piace e vuole piacere, esagera con il trucco, però. Siena, magica e riservata, quasi irraggiungibile, non si concede facilmente. Bologna, lo sguardo un po’ stanco della donna che ha vissuto. Ferrara, sorpresa dalla propria bellezza, si rimira nello specchio e non ci crede ancora.
Ma Genova è per i palati fini, per chi non ama l’esibizione: la Superba è la donna matura che ricorda il proprio passato, che sa di essere stata giovane e bellissima. Lo splendore è ancora visibile sotto le rughe, non ti guarderà mai diritto negli occhi, non ti sfiderà, si limiterà ad un lampo, ti lascerà intravedere qualcosa per poi tornare a coprirsi.




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14 novembre 2003

Genova - 2

La nuova fidanzata durò circa un mese e nel frattempo, visto che non avevo il fisico del pendolare, avevo cercato una sistemazione. L’appartamento, 170 metri quadri di tipica casa genovese, si trovava in cima a Via Caffaro e dovevo dividerla con altri sette studenti. Lo spazio, è ovvio, non mancava: quello che mancava era il silenzio, ad ogni ora del giorno e della notte.
Al mattino andavo a lezione, gravitavo intorno a Santa Sabina (Facoltà di Lingue, per i corsi di Russo e Inglese), Via Balbi (Filosofia, Storia, Letteratura Italiana), Piazza della Nunziata (cappuccino dal Lercio a metà mattinata), Largo della Zecca (Associazione Italia-URSS, per darsi un tono). La sera, qualche volta da Burghy in Via XX Settembre, magari discoteca allo Shalom o alla Soffitta.
Una notte, uscendo dallo Shalom, tornai a casa a piedi, da solo. Genova allora, si rivelò in tutto il suo fascino: camminare su Corso Italia, il mare, e poi risalire fino a Brignole, sfiorando le prostitute in trattativa con i clienti, il Ponte Monumentale, il porticato di Via XX Settembre finalmente deserto, a parte qualche barbone addormentato, Piazza De Ferrari senza traffico. Senza il rumore del giorno, tutto prese un altro aspetto, un’altra vita. Pigra, Genova si srotolava intorno a me, si lasciava percorrere senza resistenza, quasi indifferente, eppure vitale.
In quel periodo imparai ad amarne il dialetto, anche se spesso non lo capivo: la cantilena, l’ironia nascosta in quella lingua mista di italiano, arabo, francese e chissà cos’altro, la battuta pronta e tagliente, l’arte del Mugugno.




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I Libri :

Dell'amore e altri demoni, G.Garcia Marquez

L'amore ai tempi del colera, G.Garcia Marquez

Amori Ridicoli, Milan Kundera

Il valzer degli addii, Milan Kundera

La musica :

The melody at night, with you, Keith Jarrett

Oporto, Madredeus

Sestri Levante, Roberto Vecchioni

Dentro gli occhi, Roberto Vecchioni

Canto notturno (di un pastore errante dell'aria), Roberto Vecchioni

Stagioni, Francesco Guccini

I Luoghi :

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